Anna Maria Colace


Nata a Parghelia (VV) Anna Maria Colace si trasferisce all’età di 18 anni a Firenze dove studia e si Laurea in Scienze Forestali e Ambientali, oggi vive e lavora a Torino.  
La “storia” fotografica di Anna è fatta d’isolamento per guardare la natura e il mare che accompagnavano le sue giornate, e la fantasia ad immaginare ciò che cercava e non trovava. Una storia fatta di colori e forme della natura e di espressioni artistiche che fin da piccola, con un padre e zia sarta, è stata abituata a osservare e ad amare diventano sempre di più le sue passioni. 
I suoi primi lavori nascono da macchine fotografiche digitali e compatte: scatta velocemente e con la stessa rapidità rielabora i suoi lavori. “L’equilibrio estetico si ritrova in quel suo dire doppio: immagini che vengono sovrapposte e che ci conducono in “Visioni oniriche e surreali” che contraddistinguono il suo lavoro. I suoi tagli audaci restituiscono risultati incantevoli, composizioni essenziali, semplici, dirette, lasciando a chi osserva la libertà d’immaginare e di emozionarsi. Le sue visioni sono la sintesi di chi osserva in modo olistico la realtà. Paesaggi, fiori, animali, ambienti urbani e soprattutto l’uomo, poiché essere sociale, sono visioni dell’interazione armonica e organica con l’universo.”
Partecipa a concorsi, mostre personali e collettive con artisti nazionali e internazionali. 


Visioni Oceaniche

«La vita» ha scritto Paul Claudel «è una grande avventura verso la luce». Noi sappiamo che la luce non è mai neutra, né è mai uguale a se stessa: la luce ama lasciarsi interpretare: ora è morbida, dopo è violenta, più tardi è aspra per poi farsi sensuale, poi ancora onirica; e sull’uomo e su ogni sua cosa sospende indizi di enigma: la luce suggerisce visioni. L’indecifrabile esperienza umana galleggia nel bagnasciuga d’un mare eletto a metafora, all’incrocio di elementi che sembrano lottare per la supremazia. Di mezzo, in questa contesa senza fine, c’è l’uomo. La luce, si è detto, suggerisce visioni. Proprio queste visioni, proposte in forma d’abbozzo, è il territorio esplorato da Anna Maria Colace. Ogni immagine di “Visioni Oceaniche” ha in sé l’embrione d’un senso che altro non attende che essere rivelato, e che colpisce l’immaginazione dell’osservatore il quale presto comprenderà come i soggetti, benché immersi nello spazio naturale, cerchino di definire un rapporto con se stessi. Ma il mare incombe, e così la luce ed entrambi giocano un ruolo fondamentale nella trasmissione di ricordi non ancora divenuti memoria. I bagnanti di “Visioni Oceaniche” sono figure che tentano di dissipare l’ordinario quotidiano per condurlo nelle spire della poesia. Anna Maria Colace arresta il momento senza calcoli: tutto ciò che concerne la composizione è già lì davanti ai suoi occhi pronto per essere catturato; ed è dunque questo un primo segreto, una cifra che ne distingue il linguaggio: la distanza dal momento decisivo a vantaggio della composizione. Quello che si dispiega tra lei e l’obiettivo non è solo un’umanità obbediente all’equilibrio formale della composizione, questo sarebbe un accumulo di corpi, è un insieme di anime che si cercano. Talvolta si trovano in inquadrature che resistono alla tentazione di una svolta neo-romantica, più volte le troviamo assorte e pensose ad assorbire la porosità di un aria colma di salsedine; altre – e sono le più benvenute – sembrano collocate come in un miraggio dalla distanza indefinita: donne, uomini, bambini sono tutti lì, a poca distanza l’uno dall’altro, eppure ognuno sembra impegnato in una solitudine che sa di raccoglimento. I soggetti di “Visioni Oceaniche” sono immersi in una specie di luce liquida che li rende diversi e sospesi, dolcemente rassegnati a lasciarsi raccontare. L’intimità è rotta, una tempesta di luce l’ha travolta. Le anime sono sorprese al crocevia del loro destino, silenziosamente, come si addice alle cose che posseggono un valore e ancora vogliono custodirlo.

Giuseppe Cicozzetti